Prima di addentrarvi in questo mio sfogo mi pare doveroso avvisarvi in modo che – se di opinione nettamente diversa – possiate ritirarvi senza proseguire nella lettura: non sono mai stata, né mai sarò, Charlie Hebdo.

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Su Facebook, luogo virtuale in cui mi ritrovo sia come profilo – per amici strettissimi e parenti – sia come pagina – per pura ed irrinunciabile passione – con molta gente sono sorte discussioni anche aspre a tal proposito. La satira l’apprezzo, come apprezzo il sarcasmo. Amo scherzare e ridere, perché una battuta fatta come si deve, detta al momento giusto, salva sempre dall’imbarazzo o dalla pesantezza di alcune situazioni. Il mio è un umorismo un po’ inglese, ma privo di qualunque cattiveria (a meno che quella cattiveria non sia meritatamente indirizzata a qualcuno in particolare).

Il problema di fondo è, però, che – oltre ad essere volgari e disgustose – le vignette di Charlie Hebdo non sono simpatiche, non sono sarcastiche, non sono socialmente utili e – soprattutto – non possono essere considerate satira.

Su questo, dall’attentato alla sede parigina in poi, ho espresso la mia posizione in molti confronti, sfociati addirittura nello snocciolamento di tutti i significati dati al termine “satira” dai dizionari di ogni regione del mondo; se devo ricorrere alle mie memorie scolastiche, non posso che citare Giuseppe Parini e la sua opera spettacolare intitolata “Il Giorno”, pubblicata definitivamente nel 1765 ed occasione tramite la quale, in Italia, ha visto la luce la Letteratura Civile.

Il fine primario di questa composizione era quello di mettere in ridicolo l’aristocrazia italiana settecentesca, ambiente che Parini frequentava e che, a differenza di quanto molti pensavano a quei tempi, egli non voleva condannare fino alla sua abolizione, ma intendeva indirizzare – rieducare – ad una maggiore consapevolezza, ad un atteggiamento rinnovato, più responsabile e corretto, rispetto al “dovere sociale”. Ancora ricordo l’episodio della “vergine cuccia”, quando una melensa nobildonna narra tristemente ad un commensale del calcio dato da un servo ad uno dei suoi cagnolini, dopo essere stato morso. Svenimenti, rammarico, sconforto, tanta sensibilità nei confronti del cane molesto e neppure un pensiero per quel servo che, licenziato e mai più assunto dalle altre aristocratiche famiglie “inorridite” dalla sua condotta, finisce a chiedere l’elemosina per strada.

Per quanto io abbia riassunto a grandi linee, ci leggete la denuncia? Vi balena in testa l’idea che questa sia satira?

getfileattachment4Bene, se accade, ponete a confronto questo tipo di satira con una qualunque vignetta di Charlie Hebdo (su Maometto, sulla Trinità cristiana, sul piccolo Aylan, sul terremoto in centro Italia, sulla tragedia di Rigopiano… ce n’è per tutti i dis-gusti) e ditemi se anche in quest’ultimo caso possiamo davvero parlare di satira.

Va bene, i tempi cambiano e gli stili, le mode, gli approcci, pure. Ma la morte, da quello che ne so io, è sempre la stessa. Colpisce duro, cancella per sempre, spezza i cuori, obbliga chi resta ad inventarsi un’esistenza priva di legami reputati carissimi. Ruba tutte le certezze.

Ma può un evento così drammatico e definitivo, specie quando avviene a causa di un’immane sciagura, venire preso e fatto oggetto di scherno per questa o quella mancanza sociale e politica? Può questo scempio circolare su riviste e canali altri in nome della tanto lodata “libertà di espressione”? Sei libero di esprimerti fino a che non offendi la vita, la dignità, il dolore e la morte (la morte, signori miei. Neppure alla morte viene più concesso un rispettoso silenzio) della povera gente.

E non puoi neppure sbeffeggiare, a mio parere, le credenze religiose. La religione può essere intesa come certezza o come stupida illusione, ma ognuno è comunque libero di raccontarsi le favole che vuole, se questo lo aiuta a vivere meglio e non arreca danno a nessuno. D’altronde anche Charlie Hebdo è illuso di fare una bella satira – talmente bella che, prima dell’attentato, erano lì lì per dichiarare fallimento – e con questa satira basata sul pianto amaro rifila le sue riviste a quei dementi che le comprano credendo che siano di denuncia.

Cosa denuncia, Hebdo? Il degrado sociale, politico e umano di questa Europa, di questo mondo malato, perso, venduto, irresponsabile, indifferente, inetto e destinato alla morale perdizione? Vince facile, spara sulla Croce Rossa, così tutti possiamo fare i vignettisti. Lo sappiamo già in che realtà pericolosa e disumana viviamo. Il nostro problema non è l’essere inconsapevoli (fino ad avere bisogno che Charlie ci informi con morti disposti a lasagna, metri di neve su strutture indagate e condannate per abuso edilizio, ecc. ecc.), il nostro problema è di essere rassegnati. Se volessero realmente dimostrarsi utili, organizzerebbero manifestazioni di protesta e denuncia in ogni piazza d’Europa, andrebbero in strada, fermerebbero la gente e ricorderebbero a tutti – anche con una certa veemenza – che siamo possessori di dignità, sacralità e diritti. Che la nostra esistenza, in un paese civile, deve essere salvaguardata. Che la politica non deve fermarsi alle comparse di circostanza, alle lacrime da coccodrillo e alle promesse da quattro soldi. Che il dovere di chi ci governa – ciò per cui chi ci governa viene pagato e viene pagato sin troppo bene – è fare gli interessi dei cittadini e non quelli delle banche. Non della Germania, non delle multinazionali, non dei potenti. Questa sarebbe “utilità sociale”, non quelle vignette orribili.

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Il cuore che disegna l’amore, opposto all’idiozia di Charlie

Quelle vignette sono sciacallaggio, un cercare di inventarsi un mestiere sui drammi del prossimo. Spiacenti, signori del diritto alla libertà: la libertà, un mestiere, finisce dove inizia la dignità, il dolore ed il rispetto nei confronti di chi tragicamente abbiamo perduto.

 

Volete fare satira sulla morte? Disegnate sui defunti vostri: su un vostro zio schiattato perché fumava troppo, sistemato malamente in una bara e con il tabacco che fuoriesce dai bulbi oculari e dal fondoschiena; su una vostra nonna morta in povertà, sepolta in strati di vecchi stracci da bagno. Sui vostri figli che vanno in giro per le strade, con gli occhi fuori dalle orbite e la lingua penzolante come quella dei cani quando rincorrono un osso, a cercare sciagure con una fotocamera, in modo da fornire al papozzo uno stralcio di tragedia su cui costruirci la vignetta e portare a casa un’indegna pagnotta. Sulla vostra cena a base di brie, quiche e soupe a l’oignon obbligatoriamente conditi con un goccio di dolore umano. Belle queste idee, no? Fateci un po’ di vignette. Ci si scompiscia dal ridere.

Trovatevi un lavoro vero, e lasciate stare chi sta patendo le pene dell’inferno.

E, concludo, basta con questa idiozia da ultras fatti di sostanze ambigue: sono Charlie, sono Marylin, sono Pin Up, sono Obama, sono il Papa, sono Topolino.

Fatevi e fateci un favore, perchè se siamo stati creati unici un motivo ci sarà, un compito solo nostro ce l’avremo: smettetela di fare i poppanti, tirate fuori buonsenso, cuore, maturità ed attributi, e siate dignitosamente – combattivamente – solidali ma distinti esseri umani.

– Non pubblico le vignette incriminate perchè non sponsorizzo la bassezza umana –

(G. Pannia)

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