50 prove e 50 giorni di vita, gli ultimi.

In questo periodo si sente molto parlare di un gioco della morte lanciato per la prima volta in Russia da Philip Budeikin, un giovane di 21 anni recluso in carcere – pare – dal 2016 e capace di istigare al suicidio centinaia di ragazzini tramite i social, sotto la minaccia di divulgare informazioni che possono nuocere gravemente alla loro famiglia.

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Incisioni sulla pelle, autolesionismo con rasoi ed aghi, musica psichedelica scelta dai curatori, ascoltata alle quattro di mattina, film horror tutto il giorno, violenza sugli animali, passeggiate sui cornicioni dei palazzi o lungo i binari di una ferrovia e, infine, salto nel vuoto con il preciso intento di togliersi la vita; queste sono, in sintesi, le “prove” da superare per vincere il gioco trovando la morte.

Personalmente non ho visto il video di denuncia de Le Iene ma ho sentito parlare di questa terribile tendenza e mi sono informata.

Posso dire la mia, pur rispettando il dolore di chi per un suicidio ha perso un figlio, un nipote o un amico (se l’ha perso realmente per questa messinscena)?

A me pare davvero un’enorme cavolata.

In tutta onestà, non comprendo né le ragioni né il fine di chi “pubblicizza” questa pratica in tv o sui social, non la ritengo informazione poiché anche le informazioni concrete che si hanno sulla stessa sono molto arrangiate e, talvolta, contrastanti.

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La Russia è il paese con il maggior numero di suicidi giovanili, lo è da prima che il Blue Whale si facesse largo nella testa del suo ipotetico ideatore e dei suoi presunti seguaci; per me è ancora più terribile il fatto che dei ragazzi – tantissimi ragazzi -, con la vita davanti, decidano di morire piuttosto che inseguire i propri sogni.

Ma non sarà che questa moda è stata architettata a tavolino ed ora viene pubblicizzata in modo ossessivo per scaricare le responsabilità di un mondo incapace di promettere (e mantenere) un futuro degno alle nuove generazioni, dando la colpa comunque ai giovani (squilibrati, ovviamente, perchè solo uno squilibrato che della vita non sa che farsene potrebbe partorire un’idea di questo tipo), salvando i soliti noti?

Quale ragazzo con un po’ di sale in zucca può credere davvero che qualcuno possieda informazioni in grado di danneggiare la sua famiglia (quale famiglia, mi chiedo poi, al giorno d’oggi)?

Teenager Depression HochformatQuale giovane depresso e sfiduciato che nella vita non ripone più alcuna speranza sceglie di uccidersi solo dopo aver superato le prove dettate da uno stupido gioco? Un ragazzo che matura una simile decisione non gioca, non vuol dimostrare e non scherza, purtroppo si uccide.

E basta.

Quale adolescente, sapendo che il presunto ideatore del Blue Whale (altrove proposto non facendo paragoni con le balene suicide sulle spiagge, ma con le farfalle) ha creato il gioco per fare “pulizia biologica“, accetta di venire etichettato come spazzatura e di sottoporsi ad una pratica che lo condurrà, senza ombra di dubbio, alla morte?

Nessun ragazzo. Almeno nessun ragazzo amante della vita, amato, fiducioso nel mondo e nel futuro.

Adolescenti lo siamo stati tutti e sappiamo bene che una delusione e una gioia, a quell’età, possono sconvolgere l’esistenza; possono fare il bello e cattivo tempo, farci pensare che la vita sia meravigliosa oppure la nostra più acerrima nemica. Lo sappiamo noi e lo riscopre chi – genitori, nonni, insegnanti, conoscenti – con gli adolescenti  ci ha a che fare. Ma non ci si deprime perennemente e non si decide di uccidersi solo per questo, nè tantomeno per uno stupido gioco.

Cari giornalisti, cari divulgatori della “pratica che istiga al suicidio“, affinché un giovane si persuada a partecipare a questo massacro (ammesso che esista e “funzioni” sul serio) occorre che sia depresso; e se è depresso, perdonatemi, la colpa non è certo del Blue Whale.

GetFileAttachment(82)Guardatevi attorno, guardate il mondo, guardatevi: che esempio siete (siamo) per le nuove generazioni? Quali valori stiamo trasmettendo, nei fatti, a chi è più piccolo? Quanta coerenza c’è tra le belle parole con cui ci riempiamo la bocca ed ogni nostra azione? Che società abbiamo costruito? Cosa stiamo offrendo? Quale opportunità di realizzazione diamo ai giovani, nella vita? Che figura stiamo facendo – sempre che ci interessi – con chi ci guarda perché ha bisogno di esempi e vede solo corruzione, incoerenza, convenienza, infantilismo e stupidità mascherati da “buoni insegnamenti“?

Il Blue Whale lo stiamo giocando tutti, fate meno gli indignati. Persino il suo ipotetico ideatore (disturbato, crudele, meschino, tutto quello che volete) è figlio nostro e di questa vergognosa società. La responsabilità, in primis, è dell’adulto che denuncia. E fare servizi in tv o postare articoli inorriditi sui social, cari miei, non ci rende certo meno colpevoli.

(G. Pannia)

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