Il web, i telegiornali ed i quotidiani italiani parlano, da giorni, dei ripetuti casi di violenza e bullismo che hanno come protagonista la seconda istituzione educativa per eccellenza: la scuola.

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Maestre che strattonano e maltrattano bambini, spesso di tenera età e che quindi non possono riferire quanto accaduto loro all’interno di mura che dovrebbero invece essere contesti di carezze, gioco, socialità e spensieratezza; adolescenti che alzano la voce contro i docenti, minacciando di tagliare le gomme di un’automobile, uccidere e sciogliere nell’acido, o addirittura indirizzando testate con un casco a persone che, oltre ad essere educatori, hanno l’età dei loro genitori.

Ci si chiede cosa stia succedendo alla scuola, ma nessuno si chiede cosa sia accaduto alla famiglia o, a monte, alla società. Il discorso è lungo e complesso, richiede obiettività ed una visione a tutto tondo, ma al solito si preferisce concentrare l’attenzione sul sensazionalismo del momento, sulle facili accuse e, ahimè, sulle facilissime giustificazioni.

Chi può essere docente? Oggi come oggi, chiunque lo desideri: basta una “messa a disposizione”. Non tutti i diplomi e non tutte le lauree consentono questo, per fortuna, ma resta il fatto che aspiranti avvocati, aspiranti manager, aspiranti sociologi, aspiranti notai che vedono sfumare le proprie aspirazioni, rendendosi disponibili nelle scuole diventano docenti in men che non si dica. E questo non vuol dire che tra essi non ci siano stati, non ci siano o non ci saranno in futuro educatori e trasmettitori di conoscenza eccellenti, vuol dire solo che in molti casi ci si ritrova ad insegnare senza l’ingrediente fondamentale: la vocazione.

bambina violenza-2Esiste forse la possibilità, per un avvocato che non sbarca il lunario, di praticare la professione medica promettendo di impegnarsi ad operare, in senso lato, direttamente sul campo? O, al contrario, esiste la facoltà per un medico che si è stancato del bisturi, di presentarsi in un tribunale e farsi avvocato di questo o quell’imputato? Può una ex commessa aprire uno studio dentistico, senza conoscere neppure il nome di tutti i denti che abbiamo in bocca? Non può, non possono.

Ma può, e possono, fare gli insegnanti;  c’è solo bisogno di avallare l’idea secondo la quale “sapere implica essere in grado di trasmettere il sapere” o di rispolverare un diploma preso decenni fa, pur non avendo fatto neppure un giorno di supplenza. Certo, ci sono sostanziali differenze, insegnare non è come fare un’operazione chirurgica, non si rischia che ci scappi il morto, ma stanno morendo princìpi fondamentali, si vanificano studi specifici, si mortificano propensioni naturali, si manda in classe chiunque; non ci si può permettere di perseverare con questa aggressione continua alla dignità della professione docente. Si mette tutto e tutti in un deprimente calderone e poi si fa di tutto e tutti (anche di chi l’insegnante ha scelto di farlo, anche di chi è andato oltre lo stipendio ridicolo e lo stato in cui versano le scuole di oggi, pur di esercitare una professione che sente più nelle sue corde) una cerchia di gente da denigrare, sottopagare, sminuire o – a seconda delle convenienze – eleggere a super dotata, in grado di compiere, dove le famiglie non hanno potuto o voluto, veri e propri miracoli educativi.

Perché lo scrivevo all’inizio: la scuola è la seconda istituzione educativa, la prima è e resta la famiglia. Ricordate, la famiglia? Quella che ama, accudisce ma insegna anche valori. Quella che è legalmente chiamata a fare di quei cucciolini selvatici esseri umani in grado di stare civilmente in mezzo agli altri? Quella che deve scordare questa nuova moda di farsi complice ed amica e ricordare di porsi come esempio e guida, talvolta anche con una sgridata, una punizione o un NO che non deve essere necessariamente giustificato perché essere genitori implica anche il risultare antipatici ed odiosi, a volte?

imageForse, e mi si perdoni, risolvere realmente i problemi può voler dire selezionare non solo i docenti ma anche i genitori: anche qui, non tutti ce la fanno. È la triste e cruda verità. Se un ragazzo alza la voce, deride un insegnante e gli intima di inginocchiarsi, mancano le fondamenta dell’educazione. Manca non la reazione del docente – che magari non è l’inetto descritto da tutti, che magari ha già riportato la cosa al Dirigente ma il Dirigente, da imprenditore moderno qual è, ha fatto orecchio da mercante minacciando, invece, provvedimenti verso il docente stesso – manca totalmente la famiglia.

E allora, concludo, che siano telecamere a scuola, che lo siano anche durante i confronti tra docenti e genitori, tra docenti e dirigenti. Che tutto possa essere posto sotto esame, che ognuno possa essere ricollocato presso le proprie responsabilità, se le cose devono essere realmente risolte. Che sia un effettivo, legale e penale rispondere, anche soggetto a multe e provvedimenti d’altro tipo, l’educazione primaria dei propri pargoli. Che sia selezione di professionisti reali, in ognuno dei settori menzionati. Che la famiglia faccia la famiglia, che ai docenti venga “solo” chiesto di fare i docenti, che la società dia risposte, esempi e non giudizi, che lo Stato selezioni con criterio i lavoratori della scuola, ma poi li rispetti e tuteli in ogni senso quando questi svolgono professionalmente il proprio durissimo lavoro.

Che sia così anche perché la convenienza è di tutti: uno studente è per qualche anno; un figlio ed un cittadino sono per sempre. Valutiamo bene, da adulti degni di questo nome, quali figli e quali cittadini vogliamo donare a noi stessi ed al futuro.

(Gabriela Pannia)

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