È un pomeriggio freddissimo, a Milano. La gente ferma e pronta a partire con i bagagli parcheggiati accanto alle gambe intirizzite è muta, sospesa. La nebbia è malinconica, i respiri fumanti. Persone di tutte le età, di ogni colore, con la vita divisa in più luoghi, che vanno a trovare qualcuno o che partono sperando di trovare qualcosa. Gli occhi pieni di incognite, di speranze, di consapevolezze, di attese. Un ragazzo del sud Italia si confronta con i parenti fermi accanto a lui, poi fa il giro dei viaggiatori che si stanno allontanando da una panchina per capire a chi appartenga una serie di tessere rinvenuta per terra.

Trova la proprietaria, poco più grande di lui; un sorriso, un grazie, una cosa bella… da Natale.

Alcuni giovani uomini di colore guardano l’orologio e temono un ritardo, un’anziana gira tra la gente con i suoi guanti bucati chiedendo l’elemosina. Chissà che storia, la sua. Chissà che storie, dentro ciascuno di loro.

E in questo freddo pregno di cose che scaldano, eccola: la commozione.

Tra tutti ci sarà certo qualcuno che torna sapendo di non trovare più un affetto, o chi parte sperando in un ultimo saluto, temendo di perdere presto un pezzo di sé. È una bellissima cosa, l’andare da chi ti aspetta. Una sana abitudine, un appuntamento che reputiamo dovuto e scontato.

Ma la vita, la vita sa fare tanto male. La vita toglie. La vita ha questo rovescio tremendo chiamato morte. Ci pensa la vita a farci piangere disperatamente, mi chiedo perché ci si metta anche noi. Perché non ci si impegni soltanto con il godere del bello e del calore umano, finché c’è, finché dura. Finché possiamo.

Vorrei che fosse sempre così: la gente che vive, va, viene, in silenzio rispettoso. Senza interrompere il silenzio pregno di vita, e gioie, e drammi degli altri. Gente che sappia aiutare senza aspettarsi medaglie, gente che sappia chiedere senza pretendere.

Questo posto a tratti mi sembra magico. Questo tempo, destinato a finire, a me sembra Natale.

(Gabriela Pannia)

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