“Almeno così si convinceranno che non mentivo.”

Se devo pensare ai tuoi ultimi giorni, al momento in cui l’ennesimo controllo ha spento la piccola speranza alla quale rivolgevi le preghiere e il tuo sorriso, immagino che tu ti sia persino consolata così.

Hai scelto il parroco per il tuo funerale.

L’hai scelto tu.

Sapevi, ti sei preparata, anche se a queste cose non credo ci si possa preparare davvero.

Immagino le forze che hai trovato ancora dentro te stessa per sorridere alla tua mamma, ai tuoi cari, e dire “Ok, io vado… ma voi ce la potete e dovete fare.”

Immagino ma nessuno può farlo sul serio, forse solo chi ci è passato e ci sta passando.

La tv era la tua vita, il microfono il tuo lavoro.

Facevi inchieste, parlavi alla gente, raccontavi degli altri e di te, denunciavi malefatte. Fino a prima del malore andava bene.

Quando hai saputo, e hai parlato, e hai testimoniato, e hai incoraggiato, e ti sei incoraggiata, non è andato bene più.

“Non si strumentalizza il dolore, non si va in televisione, non si ride a quel modo, non è mica una festa.”

Hai continuato a fare quello che facevi da sempre.

Non hai portato il cancro in tv, è stato il cancro a venire da te, nel tuo mondo e, di conseguenza, alla tv.

Ne parlavi normalmente perché alla normalità del tuo essere un personaggio pubblico ti ci sei aggrappata con tutta te stessa: era la tua ancora, il tuo presente, il tuo messaggio, il tuo pane quotidiano, quello che speravi fosse il tuo futuro.

È una società di cinici e moralisti dalla coscienza tiepida, tu lo sapevi.

Nessuno indaga e combatte le cause di questo esplodere di tumori ovunque ma tantissimi hanno indagato, e giudicato, il tuo modo di affrontare il male che ti ha portato via.

Chi il male non lo conosce e manca dei mezzi indispensabili per aprire la bocca voleva insegnare a te come gestirlo, come indossarlo, come mostrarlo, come nasconderlo.

Guardavi la morte in faccia – tu la guardavi! – ma volevano suggerirti come parlarle, come accoglierla, come aggredirla.

Non sei stata libera di vivere.

Non ti volevano neppure libera di scegliere come lottare, come morire.

Perdona questi sensibili dalle battaglie inutili, questi professori senza titoli, questi teorici sprovvisti di pratica, questi ignari dalla presunzione di conoscenza.

So che li hai perdonati, lo so.

Io però non li perdono.

Non perdono la voce grossa contro il tuo libro, quando di libri davvero inutili, insulsi, studiati, inconsistenti e furbissimi ne sono piene le classifiche, “vuole farsi altra pubblicità, imperterrita strumentalizzazione, ma perché non muore come dettano i nostri preconcetti, a casa e in silenzio?”

Non sono riusciti ad andare oltre.

Non hanno capito. Non ci hanno neppure provato.

Sono fermi alla superficie di certezze che prima o poi li fregheranno.

Perché le certezze sono tali solo fino a quando non franano sotto ai tuoi piedi.

Ai TUOI piedi.

Vorrei vedere loro, al posto tuo.

Anzi no, perché il male, tutto quel veleno, non lo si augura a nessuno.

Ti chiedo scusa, li metterò di fronte alla disumanità priva di empatia che li abita, ogni giorno.

Non vogliono che ti si ricordi come una guerriera, invece lo sei. Non vogliono che ti si prenda ad esempio, invece lo sei.

Sei un esempio bellissimo, una Donna con gli attributi e dal sorriso indimenticabile; l’Universo te ne renderà merito, ne sono sicura.

È come se avessi perso un’amica.

Buon viaggio, Nadia.

Salutami il Cielo.

(Gabriela Pannia)