È che io non so come chiamarti.

Se Dio, Padre, Uno, Mente Superiore.

È che io ti ho amato molto ma ti ho anche molto odiato.

È che ora non mi faccio più domande, prendo la vita come viene, come fa la battigia con le sue onde spumose.

È che ti spetta comunque un grazie per le cose belle che hai reso mie: il potere delle carezze, l’ingenuità dell’infanzia, le risate fino a stare male, gli sguardi più stabili delle ginocchia, l’istinto che ha ruggito di cambiare strada, le notti che mi hanno vestito del tuo stesso mistero, le sfumature delle albe e dei tramonti, i consigli di chi non c’è più custoditi come tesori, i sapori della mia terra, le leggende del mare, le pacche del vento, le omelie della pioggia, i fili d’erba sotto ai piedi, quest’anima forse immortale che mi ha preso per mano e portato altrove ogni volta che in certe questioni, a scapito del mio stesso bene, ci stavo mettendo un po’ troppo la testa.

(Gabriela Pannia)